JAZZMANDU 2012

Photo courtesy of Navyo Nepal

[English version below]



PREMESSA

Torno a scrivere di musica dopo lungo tempo e l'occasione è decisamente speciale.

Il mio cammino musicale, negli anni, ha subito grandi espansioni e qualche contrazione, ma è stato caratterizzato da una ricerca continua di suoni originali, atipici, innovativi. Alla base di questo percorso c'è sempre stata una profonda passione per il suono in quanto tale, nel senso più cageano del termine.

Molto tempo fa ho fatto delle scelte importanti e da quando ho masso piede in Nepal il mio rapporto con la musica è inevitabilmente cambiato. Non è svanito, ma si è sicuramente sopito. Non ho ancora avuto modo/voglia di immergermi nell'universo sonoro tradizionale di questo paese e ho quasi subito accantonato l'idea di trovare contenitori musicali di qualità durante la mia permanenza in questa magnifica terra. Fino all'altro ieri.


JAZZMANDU FESTIVAL 2012

Jazzmandu è un festival di musica jazz della durata di una settimana e celebra quest'anno la sua decima edizione.
Avevo intravisto qualche tempo fa alcuni volantini, ma non avevo dato grande peso all'evento.
Passano alcune settimane e mi imbatto nuovamente nella pubblicità del festival, scoprendo che anche alcuni ragazzi nepalesi conosciuti durante il trekking avrebbero partecipato ad alcune serate. La kermesse è già iniziata da alcuni giorni e rimangono soltanto più un paio di appuntamenti. Ho avuto una giornata abbastanza piena a scuola e sono troppo stanco per uscire, quindi decido insieme alla mia coinquilina Ele di puntare direttamente al Gran Finale che si terrà mercoledì sera.

*
Mercoledì 7 novembre. Sono quasi le 17 e sono in ritardo, l'inizio è previsto tra un'ora. Faccio una doccia al volo, esco di casa e mi cimento in una cordiale ma ferma contrattazione con un paio di tassisti. Riesco a spuntare un buon prezzo e ci infiliamo nel dedalo automobilistico di Kathmandu. Dobbiamo attraversare l'intera città da sud a nord, fino a Lazimpat, dove si trova l'hotel Shangri-La, sede prescelta per gli ultimi concerti. Rimaniamo imbottigliati dalle parti di Ratnapark e procediamo a passo d'uomo. Sento Ele al telefono e scopro che anche lei sta provando a districarsi dalla matassa stradale del centro città. Riusciamo finalmente a trovare una via d'uscita e il tassista attacca con il classico tormentone, dicendomi che c'è tanto traffico, che è molto lontano e che vorrebbe più soldi. Ma anche no.

Alle 18 in punto raggiungiamo lo Shangri-La, varco il portone d'ingresso e mi ritrovo catapultato in un universo parallelo. L'hotel è di extra lusso, legno e marmo a 360°. Attraverso un corridoio con delle vetrine contenenti gioielli e sbuco nel cortile interno. Il nome dell'hotel risulta azzeccato, perché quello in cui mi trovo più che un cortile sembra il Giardino dell'Eden o un'oasi nel deserto della capitale. A sinistra un enorme prato verde che sembra finto, con tavoli e sedie; a destra, nascosta da alcune piante, una piscina in pietra con sdraio in legno. Tutt'intorno uno sciame di camerieri in continuo movimento. Tutt'a un tratto blackout, tutti al buio. Si sente il rombo di un generatore e in 10 secondi ritorna l'illuminazione. Come non fosse accaduto nulla.

Pago il biglietto, decisamente costoso per gli standard nepalesi, equiparabile a un qualsiasi concerto europeo (con questi soldi faccio pranzo due settimane). È abbastanza evidente che il festival punta a un pubblico prevalentemente occidentale: il 90% dei presenti, infatti, è costituito da visi pallidi e gli unici nepalesi che si vedono in giro sono chiaramente di fascia alta.

Saluto Roman (uno dei ragazzi conosciuti durante il trekking) e scopro che è proprio lui a presentare gli artisti sul palco. I tecnici terminano gli ultimi preparativi, nell'aria fresca della sera si diffondono le note vivaci di Watermelon Man e io prendo posto a sedere, tenendo una sedia per Ele che mi raggiungerà a lì a poco.

La serata inizia con alcune ragazze che suonano delle percussioni. Credo si tratti delle Dhimey Girls (ma non ci metterei la mano su fuoco), un gruppo di sole donne nepalesi che si esibisce con strumenti appartenenti alla tradizione newari. Il risultato e abbastanza monotono e noioso, ma per fortuna breve.

Mentre la metà della gente siede comodamente sulle proprie seggiole e l'altra metà cerca di domare il proprio stomaco accanendosi sulla (costosa) area ristorante, vengo raggiunto da Ele e sul palco salgono i Suzy&2, un trio jazz-pop norvegese che nel proprio repertorio trae ispirazione anche da strumenti e ritmi di matrice africana. I primi due pezzi si collocano eccessivamente sul versante pop e, per quanto mi riguarda, risultano piuttosto inconsistenti. Al trio si aggiunge poi un pianista americano e il registro cambia considerevolmente. Le melodie si fanno più delicate, la ritmica è pulita, il suono è piacevole.

Durante il cambio palco intravediamo Navyo, una figura ormai "storica" qui in Nepal. Altoatesino trasferitosi qui venticinque anni fa, sposato con una donna nepalese, ha lavorato per molto tempo come giornalista, prima di aprire una propria agenzia turistica specializzata in trekking e turismo nel sud est asiatico. È tramite il suo ufficio che sia io che Ele abbiamo prenotato il nostro tour sulle montagne, quindi chiacchieriamo una decina di minuti delle nostre avventure e delle prossime mete da scoprire, fino a quando non sale sul palco la band successiva.

Si tratta dei Cadenza Collective, un gruppo jazz nepalese capitanato da Navin Chettri, leader e percussionista del gruppo, nonché direttore artistico di Jazzmandu. Sin dalle prime note si percepisce un sound molto diverso da quello ascoltato finora e ben presto la gente comincia ad alzarsi in piedi e ad assieparsi sotto il palco. Chitarra, basso, sassofono, percussioni e vocal, per una miscela esplosiva di funky jazz, afrobeat e influenze folk nepalesi. La band si rivela estremamente valida e coinvolgente, quindi abbandoniamo anche noi le sedie e ci avviamo verso il palco, per gustarci al meglio la musica ed esorcizzare il freddo serale di Kathmandu.

Il festival si sta rivelando una piacevole sorpresa, seppur a tratti leggermente surreale. Alzo lo sguardo e mi accorgo dell'altissimo muro di cinta sovrastato da diversi metri di filo spinato, che stride parecchio con lo sfarzo e l'eleganza del contesto. Per un attimo mi sembra di essere in uno di quei concerti organizzati per i soldati americani nelle basi militari in Afghanistan: dentro, danze e manicaretti, fuori, il caos.

Un rapido cambio degli strumenti e sul palco salgono i Nojazz, quattro francesi e un americano dall'aspetto piuttosto stravagante: abbigliamento eccentrico, parrucche voluminose, colori accesi e occhiali da sole. Parte un pattern ritmico con un campione in sottofondo della voce di Bill Hicks che ripete "Go back to bed America, your government is in control again". Vista la giornata, i sostenitori di Romney non saranno troppo contenti...
Balatman è l'addetto a tastiera, computer e sintetizzatori: salta, balla, recita e sferza il pubblico con frustate drum'n'bass. Le pulsazioni sintetiche si confondono con quelle della batteria di Pascal Reva e la voce al microfono è quella di HKB FiNN, mentre dalla tromba di Sylvain Gontard e dal sassofono di Philippe Sellam scivolano via calde e sinuose armonie. Insomma, aspetto cazzaro, ma qualità indiscutibile. Non a caso il loro primo album è stato prodotto da Teo Macero (già produttore di Miles Davis) e negli ultimi dieci anni hanno suonato in più di cinquanta paesi in giro per il mondo. Il loro non è un semplice concerto, ma una vera è propria performance, con balletti e scenette da cabaret, tempi accelerati e ritmiche spezzate. Il pubblico balla e si diverte. Uno show apprezzato.

Approfitto del cambio palco per chiacchierare con Astha e Kabita, altre due ragazze conosciute in mezzo a monti e vallate, e per guardarmi intorno ed osservare il variopinto amalgama di persone che mi circonda.

Roman sale sullo stage e introduce i Rootman, un instancabile gruppo di tailandesi che si è già esibito altre volte nel corso del festival. Più che una band sembra un'orchestra.
Il cervello del gruppo è ai posti di comando tra synth e tastiere, da cui parte la maggior parte degli input. Il cuore pulsante è alla batteria: unico non-thai del gruppo, è una macchina da guerra che detta incessantemente tempi, battiti e cadenze. Al basso elettrico c'è uno dei bassisti più estrosi che abbia visto negli ultimi anni ed incarna il sistema linfatico dell'ensemble, asciugando il suono con suite elaborate e veri e propri muri di bassi. Tra scratch, campioni ed effetti, il dj regala un respiro di contaminazione al suono della brigata. Ma la vera anima del gruppo è il quartetto ai fiati: tromba, trombone, sassofono contralto e sax tenore: stilisticamente all'estremo opposto rispetto ai francesi, sembrano quattro ragionieri docili e pacati con gli spartiti davanti agli occhi, ma non appena le labbra toccano gli strumenti si trasformano in abili prestigiatori del suono. I Rootman alternano sapientemente digressioni corali ed omogenee a potenti assoli da parte di ogni singolo membro della band, in una fusione di jazz, sonorità funk, richiami r&b, tanto groove  ed atmosfere soul. Promossi a pieni voti.

Ultima pausa prima del gran finale. Dopo i consueti ringraziamenti agli sponsor (tra cui spiccano l'ambasciata statunitense e quella norvegese) arriva il momento dell'ultima esibizione. È una jam tra alcuni dei migliori artisti che si sono esibiti durante il festival. Ancora una volta on stage i fiati dei Rootman, Navin Chettri e altri membri dei Cadenza Collective ai tamburi e alle percussioni, una serie di musicisti che si alternano al basso e il batterista dei Cadenza che fa la spola con con quello dei Rootman. Alla tastiera prende posto uno dei due ospiti di punta di Jazzmandu: Marlow Rosado, salsero portoricano con all'attivo 11 nomination ai Grammy Awards. Si presenta sul palco con un look discutibile, ma dimostra sin dalle prime note grande carisma e destrezza. Dalla sua postazione detta i tempi e il risultato che ne scaturisce è un vulcano di suoni, una fioritura colorata di ritmi e melodie, un'alchimia travolgente di sapori musicali.

I militari provano a guastare la festa salendo quasi sul palco per porre fine alla serata (sono le undici, che in Nepal significa notte inoltrata…), ma rimane ancora qualche minuto per l'ultimo stralcio di concerto. Sale sul palco l'ospite principale della kermesse, il nome più conosciuto e di maggior richiamo: Tito Puente Jr., figlio del leggendario Re del Mambo. Si piazza ai timbales e lo spettacolo che segue è un qualcosa di imbarazzante. Aspetto e atteggiamento da narcotrafficante di Porto Rico, non è che un lontano fantasma di suo padre, un "Cristiano Ronaldo invecchiato male" (cit. Roman); indica e saluta ogni membro del pubblico come fossero suoi vecchi compagni di scuola, si cimenta in risate sguaiate e linguacce, e passa metà del tempo a ripetere che al termine dello show firmerà autografi a chi comprerà i suoi cd. Pietoso.
In un finale abbastanza prevedibile il pubblico si unisce agli artisti intonando Oye como va e così si chiude la più importante rassegna jazz nepalese.

Per quanto abbia avuto modo di partecipare ad una sola serata, Jazzmandu mi ha stupito per livello qualitativo musicale ed organizzativo. Una piacevole e inaspettata sorpresa che spezza vigorosamente il ristagno che talvolta permea la proposta culturale nepalese. Si tratta, naturalmente, di un'iniziativa estremamente settoriale e sarebbe forse opportuno pensare a delle esibizioni collaterali più popolari ed accessibili a tutti, compreso il nepalese medio, ma resta una valida e graditissima opportunità per regalarsi una scarica di groove in questa città di vacche e cantieri.


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[English version]

PREAMBLE

Here I am, writing again about music after a very long time and the occasion is definitely special.

My musical path went through wide expansions and some contraction during the years, but has been characterized by a continuous search for original, atypical and innovative sounds. The reason of this quest has always been a deep passion for sound, in the cagean meaning of the term.

Long time ago I made some important choices and since I've arrived in Nepal my relationship with music has unavoidably changed. It didn't vanish, but it's surely soothed. I didn't have time/will yet to merge myself in the traditional musical universe of this country and I almost immediately abandoned the idea of finding quality music exhibitions during my permanence in this wonderful land. Until a few days ago.


JAZZMANDU FESTIVAL 2012

Jazzmandu is a week-long jazz music festival and celebrates this year its tenth edition.

Some time ago I saw some flyers, but I didn't give great weight to the event.
Few weeks later I come again upon the advertisement of the festival, discovering that some Nepalese guys met while trekking will take part in some evenings. The festival has already started some days ago and only a few appointments are left. I had a pretty full day at school and I'm too tired to go out, so I decide with my flatmate Ele to point directly to the Grand Finale on Wednesday evening.

*
Wednesday, November 7. It's almost 5pm and I'm late, the beginning is expected in an hour. I take a quick shower, I leave the house and I start a friendly but firm negotiation with a couple of taxi drivers. I succeed obtaining a fair price and we slide into the car maze of Kathmandu. We must cross the entire city from south to north to reach Lazimpat and the Shangri-La hotel, chosen for the last concerts. We are bottled up around Ratnapark and reduced to a crawl. I call Ele and find out that she is trying to extricate herself from the chaos of the city center. We finally find a way out and the taxi driver typically starts to tell me that there is a lot of traffic, the place is very far away and he would like more money. Well, no.

At 6 o'clock we reach the Shangri-La, I pass the front door and find myself catapulted into a parallel universe. The hotel is super luxury, wood and marble at 360°. I cross a corridor with some display cases containing jewelry and come out in the courtyard. The name of the hotel seems appropriate, because the place where I am now, more than a yard, looks like the Garden of Eden or an oasis in the desert of the capital. On the left, a huge green lawn that almost looks fake, with tables and chairs, on the right, hidden by some plants, a stone swimming pool with wooden deckchairs. All around, a swarm of waiters constantly moving. All of a sudden there's a blackout, we're in the complete darkness. I hear the roar of a powerful generator and in less than ten seconds all the lights are back. As nothing had happened.

I pay the ticket, very expensive by Nepali standards and comparable to any European concert (with that money I buy lunch for two weeks). It is quite obvious that the festival aims at an audience of mainly Western people: 90% of these, in fact, consists of pale faces and the only Nepalese around are clearly of high social standing.

I greet Roman (one of the guys met during the trek) discovering that he's in charge of the introduction of the performers on stage. The technicians complete their final preparations, I hear the lively notes of Watermelon Man spreading in the fresh evening air and I take a seat, reserving a chair for Ele which will reach me soon.

The show begins with a few girls playing the drums. They should be the Dhimey Girls (but I wouldn't bet on it), a group of Nepalese women who performs with instruments belonging to the Newari tradition. The result is quite monotonous and boring, but thankfully short.

While half of the people sit comfortably on their chairs and the other half is trying to quell grumbling stomachs assaulting the (expensive) restaurant area, I am joined by Ele and a new group goes on stage: Suzy&2, a jazz-pop Norwegian trio with a repertoire also inspired by African instruments and rhythms. The first two pieces are placed too much on the pop side and, as far as I'm concerned, are rather inconsistent. The trio then is joined by an American pianist and the tune changes dramatically. The melodies are more delicate, the rhythm is clean, the sound is nice.

During the next pause we meet Navyo, a real "historical" figure here in Nepal. He moved here from Italy twenty-five years ago, married a Nepalese woman, worked for a long time as a journalist, before opening his own travel agency specialized in trekking and tourism in Southeast Asia. It is through his office that both Ele and I booked our tour around the mountains, so we talk ten minutes about our adventures and upcoming attractions to discover, until the next band takes the stage.

It's time for the Cadenza Collective, a Nepalese jazz group led by Navin Chettri, drummer and leader of the band, as well as artistic director of Jazzmandu. From the first notes we hear a very different sound from the one heard so far and some people begin to stand up and gather under the stage. Guitar, bass, saxophone, percussion and vocals, for an explosive mix of funky jazz, afrobeat and Nepalese folk influences. The band is extremely valuable and engaging, so we abandon our chairs and we approach the stage to better enjoy the music and exorcise the cold evening of Kathmandu.

The festival is proving to be a pleasant surprise, though sometimes slightly surreal. I look up and I see a very high wall topped by several meters of barbed wire, which clashes a lot with the luxury and elegance of the context. For a moment I imagine to be in one of those concerts for American soldiers in the military bases in Afghanistan: inside, dances and delicacies, outside, the chaos.

A quick change of instruments and Nojazz climb on stage: four French and one American guys looking rather extravagant, wearing eccentric clothing, massive wigs, bright colours and sunglasses. I immediately hear a rhythm pattern with a sample of the voice of Bill Hicks repeating "Go back to bed America, your government is in control again." Given the day, supporters of Romney will not be too happy...
Balatman is in charge of keyboard, computer and synthesizers: jumping, dancing, acting and lashing the audience with whipped drum'n'bass. The synthetic pulse blends with those of the battery of Pascal Reva, HKB Finn at the microphone, while the trumpet of Sylvain Gontard and the saxophone of Philippe Sellam slip away warm and sinuous harmonies. In short, funny looking, but unquestionable quality. It's not a coincidence that their first album was produced by Teo Macero (producer of Miles Davis) and in the last ten years they have played in more than fifty countries around the world. Theirs is not just a concert, but a true performance, with dancing and cabaret skits, accelerated pace and broken rhythms. The audience is dancing and having fun. A beautiful show.

At the end of the exhibition I chat with Astha and Kabita, two other girls met in the midst of mountains and valleys, and I look around observing the colourful mix of people around me.

Roman goes on stage to introduce Rootman, a tireless group of Thai which already performed a few other times during the festival. More than a band it looks like an orchestra.
The brain of the group is at the helm of synths and keyboards, from which come most of the inputs. The heart is at the battery: he's the only non-Thai of the group and seems a machine that constantly dictates timing, beats and rhythms. The group has one of the most whimsical bassists I've seen in recent years and he embodies the lymphatic system of the ensemble, drying the sound with complex suites and real walls of bass. Among scratches, samples and effects, the dj gives a breath of contamination to the sound of the brigade. But the real soul of the group is the horn section: trumpet, trombone, alto saxophone and tenor saxophone: stylistically on the extreme opposite of the French, they look like four docile and calm accountants with the scores before their eyes, but as soon as their lips touch the instruments they become skilled magicians of sound. Rootman cleverly alternate choral and homogeneous digressions with powerful solos by each member of the band, in a fusion of jazz, funk, soul atmospheres and a lot of groove. Passed with full marks.

Last break before the grand finale. After the usual thanks to the sponsors (most notably the U.S. Embassy and the Norwegian one) it's time for last performance. It's a jam between some of the best artists who performed during the festival. Once again on stage the horn section of Rootman, Navin Chettri and other members of the Cadenza Collective on drums and percussion, a number of musicians rotating at the bass and the drummer of Cadenza alternating with the one of Rootman. One of the main guests of Jazzmandu takes place at the keyboard, Marlow Rosado, Puerto Rican salsero with 11 Grammy nominations. He appears on stage with a questionable look, but he shows from the first notes huge charisma and dexterity. From his position he dictates the timing and the result is a volcano of sound, a flowering of colourful rhythms and melodies, an overwhelming alchemy of musical flavors.

The soldiers try to spoil the party almost jumping on the stage to end the evening (it's 11pm, which means night in Nepal...), but there are still a few minutes for the last excerpt of the concert. Onstage the chief guest of the event, the best known and more attractive name: Tito Puente Jr., son of the legendary King of Mambo. He takes place at the timbales and the show that follows is something embarrassing. With the appearance and the attitude of a drug trafficker from Puerto Rico, he's nothing more than a distant ghost of his father, a "Cristiano Ronaldo aged badly" (cit. Roman): he greets every member of the public as if they were his old classmates, engages in coarse laughter and tongues, and spends half the time to repeat that at the end of the show he will sign autographs for those who will buy his cds. Pitiful.
In a fairly predictable end, the public unites the artists singing Oye como va and this is the end of the most important jazz festival in Nepal.

Even though I only participated in a single evening, Jazzmandu stunned me for its musical and organizational quality. A pleasant and unexpected surprise that vigorously breaks the stagnation that sometimes permeates the Nepalese cultural offer. It is, of course, an extremely sectoral initiative and it may be appropriate to think about some extra performance, more popular and accessible to all, including the Nepali average people, but it surely remains a valid and very welcome opportunity to treat yourself to a rush of groove in this city of cows and construction sites.


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